La campanella di casa mia

La campanella di casa mia: è lei la grande protagonista, nei racconti delle “forze dell’ordine”, i carabinieri della caserma di Susa chiamati ieri a testimoniare davanti al tribunale di Torino, sulla pervicacia recidiva delle mie “oltre duecento violazioni degli arresti domiciliari”.
E’ la storia, riveduta e corretta a scopo giudiziario, di quell’autunno-inverno 2016, che ricorderò sempre come uno dei periodi più utili, divertenti e affollati della mia vita.
Una campanella suonata più volte, a tutte le ore, nei giorni feriali e festivi, compresa la notte di Natale, senza mai risposta, se non la comparsa del mio cane Argo e, a volte, l’affacciarsi di Silvano che, puntualmente, confermava la mia assenza.
E, per provare il “delitto” che non ho mai negato, anzi sempre rivendicato, ore di carte e verbali scartabellati dal pubblico ministero e confermati diligentemente dai militi.
Un’anomalia quella rivendicazione, spiazzante per il cosiddetto ordine costituito; la tragica commedia della “Giustizia” improvvisamente inceppata, incapace di nascondere la squallida nudità del re.
Un’anomalia proprio come la mia campanella, rispetto ad un modello di società e di vita in cui tutto è elettrificato, informatizzato, robotizzato, genuflesso al controllo totale del sistema…..il “Progresso”, che si alimenta della devastazione sociale e ambientale e chiama futuro l’abisso verso cui sta correndo, inesorabilmente, a gran velocità.

Ritmo di tamburi ad accompagnare danze che sono insieme di lotta e di gioia

Ritmo di tamburi ad accompagnare danze che sono insieme di lotta e di gioia. Ad esso risponde, sugli stessi toni, la battitura delle reti.
Due realtà contrapposte, divise da pochi metri di strada.
L’una fu terra e bosco ed ora è diventata un fortino, spoglio, circondato da alte reti e da viluppi di filo spinato, dove la lobby del TAV e dei TIR vorrebbe costruire l’ennesimo autoporto.
L’altra da piazzale disabitato, attiguo alla ferrovia e affiancato da uno scampolo di albereta lasciata al degrado è ora il nuovo presidio del movimento NO TAV-NO AUTOPORTO, con una struttura di accoglienza e un minuscolo parco ripulito dai rifiuti.
Qui, all’arrivo della marcia popolare, intorno al presidio c’è un popolo in festa, giunto non solo dalla Valle, ma dai luoghi più lontani. Colori, musica, bandiere e striscioni. Interventi dall’impianto audio che, piazzato su un trattore, ha accompagnato tutta la manifestazione. Acqua e panini per rifocillarsi. Panche all’ombra degli alberi. Abbracci da chi si ritrova.
Il battito dei tamburi aumenta. A danzare sono ragazzi e ragazze, donne e uomini di ogni età.
Il ritmo travolge e sveglia qualcosa dentro, un richiamo ancestrale di altri luoghi e altri tempi. In esso si mescolano commozione e malinconia, come davanti a una scelta senza ritorno o ad una tappa cruciale della vita.
Oltre i muri e le reti c’è un mondo immobile e minaccioso: idranti puntati su di noi, armi e lacrimogeni , blindati in quantità, squadre di automi in assetto antisommossa affiancati dalla digos, la polizia politica….
Ma in questa giornata di sole a picco che si sta stemperando nella dolcezza della sera non c’è posto per angosce e paure, solo per la serena certezza che a vincere non sarà il sistema irresponsabile e violento che si alimenta della distruzione del mondo e la vuole imporre con i propri strumenti di repressione e di morte: lo sguardo sincero dei tanti giovani, i volti dei compagni di sempre , la gioia del riconoscersi e del sentirsi comunità resistente ci dicono che la lotta continua, che non si spegne il fuoco.

I papaveri in fiore ci accompagnano lungo il cammino

Certo sorriderebbero, certo ci racconterebbero come per una causa giusta e bella valga anche la pena morire. Queste nostre montagne e le strade che tramano il fondovalle sono punteggiate di lapidi che ci parlano di loro, ricordandoci i nomi, l’età, il luogo della morte: giovani poco più che adolescenti, figli di queste borgate, qualcuno soldato di leva spedito fin quassù dal Meridione e qui rimasto come partigiano, dopo l’8 settembre.
A questo penso mentre cammino in mezzo a ragazze e ragazzi che, di questa nostra manifestazione del 25 aprile, costituiscono la parte più numerosa: sono loro a far rivivere, di quei giovani ribelli, lo sguardo sincero e il cuore generoso.
Anche l’esercito di occupazione è ancora qui, mutati nome e divisa ma identico il padrone.
Le truppe e le macchine da guerra schierate a proteggere le ruspe della devastazione che avanza si materializzano come una minaccia insopportabile in questa radiosa giornata di primavera.
Le ragioni irriducibili della antica Resistenza ritornano con forza nella nuova Resistenza del popolo NO TAV.
I papaveri in fiore ci accompagnano lungo il cammino come un tripudio di rosse bandiere, a dirci che la lotta di liberazione non è finita.