Il dormiente nella valle di Arthur Rimbaud

Una poesia al giorno contro la guerra

E’ un anfratto verde dove canta un fiume
Appendendo follemente all’erba i suoi stracci
D’argento; dove il sole, dalla fiera montagna
Risplende: è una piccola valle spumeggiante di raggi.

Un giovane soldato, la bocca aperta, il capo nudo,
E la nuca immersa nel fresco nasturzio azzurro
Dorme; è steso nell’erba, sotto le nuvole,
Pallido nel suo verde letto dove la luce piove.

Ha i piedi fra i gladioli, dorme. Sorridendo come
Sorriderebbe un bimbo malato, fa una dormita:
Natura, cullalo tiepidamente: ha freddo.

I profumi non fanno fremere le sue narici;
Lui dorme nel sole, la mano sul petto
Tranquillo. Ha due buchi rossi sul lato destro.

Pablo Neruda: Ode alla pace

Una poesia al giorno contro la guerra

Sia pace per le aurore che verranno,
pace per il ponte, pace per il vino,
pace per le parole che mi frugano
più dentro e che dal mio sangue risalgono
legando terra e amori con l’antico
canto; e sia pace per le città all’alba
quando si sveglia il pane, pace al fiume
Mississippi, fiume delle radici:
e pace per la veste del fratello,
pace al libro come sigillo d’aria,
pace per il gran kolchoz di Kiev;
e pace per le ceneri di questi morti,
e di questi altri morti; sia pace sopra l’oscuro ferro
di Brooklyn, sia pace al portalettere
che entra di casa in casa come il giorno,
pace per il regista che grida
nel megafono rivolto ai convolvoli,
pace per la mia mano destra
che brama soltanto scrivere il nome di Rosario,
pace per il boliviano segreto
come pietra nel fondo d’uno stagno, pace
perché tu possa sposarti; e sia pace
per tutte le segherie del Bío-Bío,
sia pace per il cuore lacerato
della Spagna partigiana:
sia pace per il piccolo Museo di Wyoming,
dove la più dolce cosa
è un cuscino con un cuore ricamato,
pace per il fornaio e i suoi amori,
pace per la farina,
pace per tutto il grano che deve nascere,
pace per ogni amore che cerca schermi di foglie,
pace per tutti i vivi,
pace per tutte le terre e per le acque.

E ora qui vi saluto,
torno alla mia casa, ai miei sogni,
ritorno nella Patagonia, dove
il vento fa vibrare
le stalle e spruzza ghiaccio l’oceano.
Non sono che un poeta e vi amo tutti,
e vago per il mondo che amo:
nella mia patria i minatori conoscono le carceri
e i soldati danno ordini ai giudici.
Ma io amo anche le radici
del mio piccolo gelido paese.
Se dovessi morire mille volte,
io là vorrei morire:
se dovessi mille volte nascere,
là vorrei nascere,
vicino all’araucaria selvaggia,
al forte vento che soffia da Sud,
alle campane comprate da poco.
Nessuno pensi a me.
Pensiamo a tutta la terra, battendo
dolcemente le nocche sulla tavola.
Io non voglio che il sangue
torni a inzuppare il pane,
i legumi, la musica: ed io voglio che vengano con me
la ragazza, il minatore,
l’avvocato, il marinaio,
il fabbricante di bambole e che entrino
con me in un cinema e che escano a bere
con me il vino più rosso.

Io qui non vengo a risolvere nulla.

Sono venuto solo per cantare
e per farti cantare con me.

Primo Maggio 2022


L’alba annuncia una dolcissima giornata di primavera . Nella strada verso la stazione mi accompagna il silenzio tranquillo della domenica: oggi si scende a Torino per la manifestazione del Primo Maggio.
Alle varie stazioni della Valle vedo in attesa gruppetti con le bandiere NO TAV e della pace. In maggioranza sono giovani e giovanissimi con l’allegria delle prime incursioni nel mondo delle lotte.
Alla stazione di Porta Nuova la consueta accoglienza: nell’atrio, assieme a qualche agente in divisa, gli immancabili digos, la polizia politica in borghese ; facce nuove, riconoscibili dagli auricolari e soprattutto dalla finta indifferenza con cui ci seguono di lontano, passo passo, per le vie cittadine svuotate dal fine settimana festivo, tra viali e giardini pubblici dove tranquilli signori portano a spasso i loro cagnolini.
Arrivando in piazza Vittorio, troviamo lo spezzone sociale bloccato. La testa del corteo con le autorità cittadine, il PD e i partiti di governo, la Triplice sindacale stanno già sfilando da un pezzo, preceduti dalla banda musicale.
La loro è essenzialmente una esibizione retorica, un paravento dietro cui celare le concertazioni, la sudditanza agli sfruttatori di sempre, le scelte guerrafondaie.
Tutti costoro hanno fretta di giungere sul palco del comizio finale, liquidando l’incombenza annuale che sono riusciti a trasformare nel tempo in una celebrazione ufficiale depurata di ogni memoria storica ( non una festa, ma un durissimo sciopero fu l’originario Primo Maggio).
Ma questo giorno è ancora lotta per la folla di ragazze e ragazzi, le centinaia di striscioni e bandiere, le voci che si alzano dai megafoni contro la guerra, la precarietà, le devastazioni sociali e ambientali.
Voci scomode, da reprimere e silenziare, da bloccare con una barriera di agenti armati che si sposterà solo a manifestazione ufficiale finita.
Soltanto a questo punto il Primo Maggio acquista senso, presenza, colori. Dal furgone in testa allo spezzone sociale si susseguono interventi che parlano di morti sul lavoro, povertà crescente, diritti negati, soldi pubblici sottratti ai bisogni reali e sacrificati sull’altare della ennesima guerra NATO . Perché, da ogni parte, a pagare il prezzo più alto delle guerre sono sempre gli ultimi, la gente comune, il mondo vegetale, gli animali….Verità da silenziare per i governi con l’elmetto, gli affaristi dell’industria bellica, i militaristi e interventisti di sempre.
Lo spezzone sociale prosegue tra gli applausi, si fa marea grazie alle persone di tutte le età che entrano nel corteo, tante facce sorridenti, slogan , musica, sventolìo di bandiere…
Troppo per un potere invidioso e vendicativo: a poche centinaia di metri dalla piazza finale ritroviamo un muro di armati che sbarra via Roma e si allarga sotto i portici.
Prima di qualsiasi avvicinamento partono due pesanti cariche: manganellate e colpi di scudo su giovani e anziani, teste aperte, sangue, urla di “Vergogna, vergogna!” anche da parte dei turisti a spasso nella Torino dell’arte e dell’aperitivo domenicale.
Ma il corteo non si arrende, in breve si ricompone, recupera striscioni e cartelli.
Il muro di scudi si infittisce: due mondi si fronteggiano, macchine contro esseri umani; infatti sembrano davvero robot quelle figure blindate in scafandri di metallo e plastica, gli sguardi assenti, il volto di pietra: evidentemente la condizione indispensabile per eseguire ordini dissennati, avventarsi contro persone inermi.
C’è chi tenta di rivolgersi a loro con gentilezza: una donna anziana (il volto dolcissimo, una lunga treccia bianca) si fa avanti per tentare un dialogo che non riceve risposta.
A un certo punto si avvicina al furgone e chiede il microfono un signore anziano: è Gastone Cottino che ricorda la sua storia partigiana, la militanza lungo tutta una vita quasi centenaria e ora rivendica per tutti il diritto inalienabile a manifestare liberamente.
La situazione si risolve poco dopo. Il blocco armato si apre ed entriamo in una piazza dove non c’è più traccia né di funzionari confederali né di “autorità”.
Finalmente il palco del Primo Maggio accoglie le sue vere voci: i lavoratori rider, gli studenti, le donne di “Non una di meno”, il Movimento NO TAV, il sindacalismo conflittuale, l’ambientalismo di base….
Ma è per me ora di ritornare al treno.
Lungo i portici di via Roma è ormai il momento della passeggiata pomeridiana : famigliole allegre , coppie col cagnolino….
In una rientranza dei portici, seduto per terra, c’è un uomo, poco più di un ragazzo; accanto a lui un cane, la testa appoggiata sulle sue ginocchia. Sta in silenzio e non tende la mano, ma un barattolo per le offerte dice la sua condizione.
La gente passa con indifferenza davanti a questo invisibile.
Odio gli indifferenti.