Viaggio notturno verso il carcere di Aix Luynes

Poche immagini ci restano del lungo viaggio notturno verso il carcere di Aix Luynes per accompagnare Marinella al primo colloquio con Emilio, detenuto da ormai oltre un mese.
Un cielo di stelle sfolgoranti nel gelo, il fascio di luce dell’auto che fa emergere via via gli scampoli di un paesaggio improvvisamente irriconoscibile. Poi la frontiera, col posto di blocco illuminato e deserto, il biancore indistinto della neve sui campi di sci di Montgenèvre.

Procediamo come in un nero tunnel, interrotto dal passaggio nei paesi addormentati, come surreali, vuoti lunapark, scintillanti ancora delle luci natalizie ( mi riaffiora nel ricordo l’immagine fuggevole di una piccola giostra incappucciata di bianco e oro, come un ninnolo di porcellana o una torta di zucchero glassato).
Sonia guida attenta al reticolo di strade che il “navigatore” districa a poco a poco sullo schermo del tablet. Il traffico è inesistente, solo qualche raro furgone, di quelli che, stanno progressivamente sostituendo i TIR e viaggiano da lontano a lontano senza limiti di tempo né di velocità né garanzie contrattuali e di sicurezza.
Si può intuire il cambio di paesaggio e l’allargarsi delle vallate dai lumi che segnano un orizzonte sempre più lontano, mentre i cartelli stradali ci parlano della Provenza che si avvicina e della valle della Durance . Nei pressi di Gap imbocchiamo l’autostrada ( modestissima e ad impatto quasi zero rispetto alle cattedrali d’asfalto che deturpano e inquinano valli e pianure del nostro paese ), poi la superstrada che arriva ad Aix en Provence.

Il carcere è ad Aix Luynes, isolato, in mezzo alla campagna buia. Ci arriviamo alle sei. E’ ancora notte fonda: l’alba tarda a sorgere su questo luogo di pena.
Ci troviamo di fronte all’improvviso un piatto quadrilatero militare, circondato da parcheggi, protetto da vari ordini di reti che delimitano la “terra di nessuno” e chiuso infine dalle mura illuminate a giorno.
Nei piazzali , auto coperte di brina gelata, la stessa che scrocchia sotto i nostri passi mentre ci avviciniamo alla fortezza.
Marinella, come sempre materna, si è preoccupata di portare la colazione per tutti (siamo in otto, anche i giovani hanno voluto essere presenti). Mentre versa il caffè, non riesce a nascondere il tremore delle mani, evidentemente non solo per il freddo… Da quasi un mese e mezzo non vede Emilio e non ha più potuto parlargli, neppure per telefono. Anche questa visita non le è stata concessa facilmente.

Si fa giorno quando troviamo finalmente l’ingresso giusto.
Alle sette e trenta ha inizio la trafila autorizzativa. Compilazione moduli, deposito pacchi da consegnare, poi comincia l’attesa della chiamata. Tutto è gestito da due volontarie gentili, mentre i secondini fanno l’appello e accompagnano i familiari al padiglione colloqui.
Ed ecco, è l’ora: “Emilio Scalzo!”. Tra poco si rivedranno. Erano state chieste due ore di colloquio, ma a quanto pare ne è stata autorizzata una sola.
Intanto la sala d’attesa si è riempita di figure dimesse, silenziose. Sono soprattutto donne e bambini, tante magrebine. Entrano a testa bassa, siedono ad aspettare il loro turno con la rassegnazione della normalità. Tante storie sommerse, incomunicabili, una pesante tristezza che coinvolge pure i bambini, intimiditi, aggrappati alle madri.

Siamo in cortile insieme a due attivisti di La France Insoumise che sono venuti a offrirci aiuto e ospitalità, quando vediamo uscire Marinella. E’ passata poco più di un’ora, negato il colloquio lungo; troppo poco tempo per dire tutto, portare tutti i saluti.
Mentre ci racconta, non riesce a nascondere gli occhi lucidi, ma si preoccupa di rassicurarci e di rassicurare se stessa: Emilio sta bene, ha trovato tanti amici (i più giovani lo chiamano “tonton Emiliò”, zio Emilio); lo raggiunge quotidianamente un mare di lettere dalle persone e dai luoghi più inaspettati, portandogli la voce di chi gli vuole bene e lotta per la sua liberazione; anche nella piccola cella che condivide con un giovane compagno vive la serenità dell’uomo buono; li stessi guardiani sono sopportabili, per chi li sa prendere per il verso giusto.
E’ la repressione morbida in apparenza, ma intimamente ferrea, implacabile, della “giustizia” francese, la stessa che il potere impone sempre e dappertutto…..

Ed eccoci ormai sulla via del ritorno. Dov’era notte ora ride un pomeriggio di sole e di colori che sembrano già primavera. Il paesaggio di dolci declivi si alterna a pareti intagliate in preistorici depositi calcarei. Intorno è una festa di paesini con case color ocra raccolte intorno ad antichi campanili e, sulle alture, borghi fortificati, castelli che ricordano storie di eretici e trovatori.
Dopo il lago di Embrun dalle sponde per lunghi tratti selvagge, viaggiamo in mezzo a vigne e a meleti,: sono le terre del vino e del sidro. E ancora case, e paesi che aprono al viaggiatore la meraviglia delle loro piccole botteghe, delle piazzette alberate.

Ma le Alpi sono sempre più vicine, immani, cariche di neve, all’apparenza invalicabili.
Da Briancon la strada si inerpica verso la frontiera, fra le pinete tagliate dalle piste da sci. E’ questo il paradiso degli sciatori e l’inferno dei migranti. Quei pendii percorsi con eleganza dagli sportivi con gli sci ai piedi restituiranno a primavera le povere cose e forse i corpi delle donne e degli uomini travolti sull’ingannevole cammino della speranza. Per loro si è battuto Emilio e questo sta pagando, recluso per reato di solidarietà.

Siamo ormai in Valle, dove ogni luogo che incontriamo ci parla di lotta e di repressione. Claviere e l’occupazione di Chez Jesus. Oulx e la Casa cantoniera occupata, Chiomonte e la Libera Repubblica della Maddalena. L’autoporto di Susa e l’opposizione alle prime trivellazioni per il TAV. Bussoleno, la casa di Emilio con i murales in cui si narra la trappola immane della Giustizia e la voracità di un sistema che sta devastando gentilezza, bellezza, vita..
Amore e rabbia si mescolano alla stanchezza, mentre finisce questa giornata carica di emozioni.
Ma i volti sorridenti, lo sguardo sincero dei nostri ragazzi ci dicono che il sogno di liberazione non è finito, che la lotta continua.

Neve, come l’8 dicembre di sedici anni fa


Oggi siamo in cammino, con un lungo serpentone che si snoda da Borgone, tra case e prati, verso il cantiere di San Didero.
Quel giorno, fermati a suon di manganellate al Bivio dei Passeggeri, scendemmo su Venaus attraverso i viottoli dei boschi, fino alle recinzioni del cantiere appena sorto e subito smantellato dall’impeto di una lotta popolare che muoveva i primi passi.
Allora una marea di passi volti e voci, abbattute le reti che cingevano i terreni espropriati, si riprese terra e diritti .
Ora quelli che erano poco più che nastri colorati sono diventati muri e cancelli sormontati da filo spinato, protetti da mezzi militari e da un esercito in assetto antisommossa, ma la lucida rabbia di quel tempo ormai lontano è sempre viva. Ad alimentare questa nostra lotta di lunga durata ci sono il vigore e l’entusiasmo dei nostri figli e nipoti che, non solo metaforicamente, hanno preso la testa del corteo.
Lasciato l’abitato, avanziamo nella campagna.
La neve cade lenta su un paesaggio dolcissimo di prati, boschi, piccole cascine. Anche questa bellezza è in pericolo : tra le “opere di compensazione” TAV è stata inserita una nuova strada, che passerebbe proprio qui, a cancellare il presidio di Borgone nato su questi terreni, quando, nei primi mesi di quel lunghissimo e indimenticabile 2005, la società promotrice della Torino-Lyon tentò invano il primo esproprio per iniziare le trivellazioni. La piccola costruzione di legno fu ridotta in cenere da un incendio doloso, ma subito ricostruita dal Movimento NO TAV che si prepara a difenderla ancora.
La manifestazione, iniziata sotto una fitta nevicata, finisce sotto l’acqua degli idranti e la pioggia dei lacrimogeni.
Il piazzale antistante il presidio di San Didero si trasforma rapidamente in un mare di fumo velenoso, mentre i proiettili CS piovono spessi sui gruppi che tentano di avvicinarsi al fortino, sulla folla di manifestanti che continua ad arrivare, sulle auto nei parcheggi, sulla statale bloccata da cordoni di scudi e manganelli, sulla piccola accampata di tende che distribuiscono caldarroste e vin brulé.
Intanto, nella sera che si rasserena, emergono le montagne innevate presto inghiottite dall’ombra.
Dall’alto la falce di luna crescente guarda, assorta.

Ora Emilio è in Francia,

al carcere di Aix-Luynes presso Aix-en-Provence, in detenzione preventiva in attesa di giudizio.
La motivazione con cui gli sono state negate misure alternative al carcere è di per sé sorprendente: “non si è mai fatto sentire”. Ma da chi e perché avrebbe dovuto farsi sentire , visto che non ha mai ricevuto in merito né denunce, né avvisi di garanzia né comunicazioni di chiusura indagini?
Evidentemente tutto era già deciso e concordato tra tribunali italiano e francese, ed è stato messo in pratica con una strategia assassina, alla faccia della “Liberté, Egalité, Fraternité”.
Ecco i primi frutti del “Trattato del Quirinale” tra i governi Draghi e Macron per una “cooperazione bilaterale rafforzata”….
Ma Emilio non è solo.
Inondiamo la prigione dei nostri messaggi solidali!
Ecco l’indirizzo:
Emilio Scalzo, Maison d’arrèt d’Aix Luynes
70 route des Chateaux du Mont Robert CS20600
13595 AIX-EN-PROVENCE CEDEX 3.
Da lunedi avremo anche il numero identificativo da citare insieme al nome.
(Solo lettere : le prigioni francesi non accettano telegrammi)