Si parte e si torna insieme, sempre!

Care Compagne e Compagni dell’ Aska e del Neruda,
non posso essere qui oggi per gravi problemi familiari, ma per me è importante farvi giungere la mia condivisione piena di amore e di rabbia.
Il primo momento di lotta collettiva in cui ci conoscemmo fu il Primo maggio del ‘99, con lo spezzone sociale contro la guerra in Jugoslavia, che costò ad Aska un consistente assaggio della repressione a venire.
Insieme abbiamo fatto nascere la opposizione concreta contro il TAV e il modello di vita che lo genera.
E’ una lunga storia di presidi, di consapevolezza e di dignità che hanno rivitalizzato la vita sociale e culturale di una Valle destinata ad essere corridoio di traffico del capitale, in cui tutto passa e nulla rimane.
Abbiamo visto crescere intorno a noi una nuova resistenza, che dell’antica ha fatto rivivere gli ideali ed ha dato energie giovani, intelligenze, coraggio, fantasia, testarda coerenza alle ragioni di sempre, che vogliono liberazione, uguaglianza, dignità per gli uomini e per tutti gli esseri viventi.
Quella che abbiamo vissuto insieme è una storia meravigliosa, che ora dai tribunali del potere vi viene imputata a colpa, ma che è il grande dono che collettivamente ci siamo fatti e abbiamo fatto a chi era senza speranza.
Una storia che nessuna repressione potrà fermare, perché è vita e scorre verso il futuro, limpida e inarrestabile come l’acqua della Clarea, tenace come le radici dei castagni centenari che stanno smangiando l’asfalto del cantiere alla Maddalena.
Le nostre ragioni sono ineluttabili, forti di un conflitto che si allarga nel paese e nel mondo.
Abbiamo dalla nostra parte la memoria del passato, le sconfitte che chiedono risarcimento, l’invivibilità del presente, le istanze del futuro.
Io sono Aska, siamo tutte e tutti Aska e Neruda.

Nicoletta.

Lo specchio di Wislawa Szymborska

Una poesia al giorno contro la guerra



Sì, mi ricordo quella parete
nella nostra città rasa al suolo.
Si ergeva fin quasi al sesto piano.
Al quarto c’era uno specchio,
uno specchio assurdo
perché intatto, saldamente fissato.
Non rifletteva più nessuna faccia,
nessuna mano a ravviare chiome,
nessuna porta dirimpetto,
nulla cui possa darsi il nome
“luogo”.
Era come durante le vacanze –
vi si specchiava il cielo vivo,
nubi in corsa nell’aria impetuosa,
polvere di macerie lavata dalla pioggia
lucente, e uccelli in volo, le stelle, il sole all’alba.
E così, come ogni oggetto fatto bene,
funzionava in modo inappuntabile,
con professionale assenza di stupore.

Teatro degli Artigianelli di Umberto Saba

Una poesia al giorno contro la guerra

Falce martello e la stella d’Italia
ornano nuovi la sala. Ma quanto
dolore per quel segno su quel muro!
Entra, sorretto dalle grucce, il Prologo.
Saluta al pugno; dice sue parole
perché le donne ridano e i fanciulli
che affollano la povera platea.
Dice, timido ancora, dell’idea
che gli animali affratella; chiude: «E adesso
faccio come i tedeschi: mi ritiro».
Tra un atto e l’altro, alla Cantina, in giro
rosseggia parco ai bicchieri l’amico
dell’uomo, cui rimargina ferite,
gli chiude solchi dolorosi; alcuno
venuto qui da spaventosi esigli,
si scalda a lui come chi ha freddo al sole.
Questo è il Teatro degli Artigianelli,
quale lo vide il poeta nel mille
novecentoquarantaquattro, un giorno
di Settembre, che a tratti
rombava ancora il cannone, e Firenze
taceva, assorta nelle sue rovine.