I papaveri in fiore ci accompagnano lungo il cammino

Certo sorriderebbero, certo ci racconterebbero come per una causa giusta e bella valga anche la pena morire. Queste nostre montagne e le strade che tramano il fondovalle sono punteggiate di lapidi che ci parlano di loro, ricordandoci i nomi, l’età, il luogo della morte: giovani poco più che adolescenti, figli di queste borgate, qualcuno soldato di leva spedito fin quassù dal Meridione e qui rimasto come partigiano, dopo l’8 settembre.
A questo penso mentre cammino in mezzo a ragazze e ragazzi che, di questa nostra manifestazione del 25 aprile, costituiscono la parte più numerosa: sono loro a far rivivere, di quei giovani ribelli, lo sguardo sincero e il cuore generoso.
Anche l’esercito di occupazione è ancora qui, mutati nome e divisa ma identico il padrone.
Le truppe e le macchine da guerra schierate a proteggere le ruspe della devastazione che avanza si materializzano come una minaccia insopportabile in questa radiosa giornata di primavera.
Le ragioni irriducibili della antica Resistenza ritornano con forza nella nuova Resistenza del popolo NO TAV.
I papaveri in fiore ci accompagnano lungo il cammino come un tripudio di rosse bandiere, a dirci che la lotta di liberazione non è finita.

Notizie dalla Valle NO TAV che continua a resistere.

Stamattina i giornali di regime parlano attraverso le veline della polizia, per smentire il lancio di lacrimogeni ad altezza uomo, sistematicamente usati in questi giorni per colpire le persone ed avvelenare la terra. E’ una tecnica utilizzata fin dalla prima notte dell’occupazione militare sui terreni di San Didero, messa ostentatamente in pratica davanti ai nostri occhi, quando un gruppetto di noi, isolato ai margini della zona in via d’occupazione, ebbe modo di assistere ad un vero e proprio fuoco di fucileria di lacrimogeni direttamente addosso a chi cercava di mettersi in salvo nel bosco o di avvicinarsi al presidio. Questo è il metodo portato avanti anche nei giorni successivi.
Ora Giovanna giace in ospedale, gravemente ferita in volto da uno di quei lacrimogeni sparati per uccidere. Le sue condizioni critiche non sono state sufficienti ad impedire ai poliziotti di entrare nella sua camera d’ospedale, prima a Rivoli e poi alle Molinette di Torino, per cercare di interrogarla.
Con questi metodi cercano di fermare una lotta giusta, bella e solidale. Poveri illusi! La loro prepotenza rende la nostra resistenza più che mai viva e necessaria.
Un grandissimo abbraccio a Giovanna, nostra compagna e sorella.

Dana

uscita dal carcere, si trova ora agli arresti domiciliari. Non è ancora la libertà. In queste ore si sentirà in una terra di mezzo, in cui si vive forse con angoscia, certo con nostalgia, il ricordo delle compagne lasciate oltre le sbarre.
Strano il tempo che ricomincia a scorrere senza ordini e sferragliare di chiavi. E’ necessario riabituarsi al silenzio, riappropriarsi dei suoni e dello spazio, del senso della profondità, della solitudine buona…
Il carcere è un’esperienza che non si cancella, come il legame con chi resta.
Anche per questo ti voglio bene, Dana.